Autore: editor pedrazzini

VITA DA aMARE 2016 - TANTE EMOZIONI A BORDO DI 11 BARCHE A VELA

Al via venerdì 23 settembre la sesta edizione di “Vita da aMare”, l’ormai tradizionale iniziativa che per un intero weekend regala a ragazzi diversamente abili l’opportunità di condividere i valori dello sport e dello stare insieme a bordo di barche a vela. Quest’anno la manifestazione arriva alla sesta edizione, dopo un successo sempre crescente di partecipanti e di sponsor e sostenitori, sia in Lombardia che in Liguria.

Da venerdì 23 a domenica 25 settembre, circa trentacinque ragazzi con i loro accompagnatori, appartenenti a diverse associazioni lombarde, vivranno, mangeranno e dormiranno a bordo di 11 barche a vela, uscendo in mare con equipaggi misti, per vivere l’esperienza sportiva e condividere momenti unici. E’ un’occasione indimenticabile per chiunque, per i ragazzi che partecipano, per i volontari, per gli sponsor: per tutti  un’esperienza indelebile. Ogni anno l’entusiasmo cresce e aumenta anche il team di partecipanti. Grazie alle istitutzioni di Regione Lombardia e Regione Liguria il progetto è arrivato a coinvolgere oltre a un centinaio di persone tra ospiti, accompagnatori, medici, operatori della Croce Rossa, equipaggi, skipper e volontari, creando un contesto speciale in cui ogni persona vive e dorme insieme, mettendosi alla prova, conoscendosi e condividendo tutto.

All’iniziativa di quest’anno partecipano, oltre alla Lega Navale, anche: Regione Lombardia, Regione Liguria, Comune di Alassio, Fondazione Banca Popolare di Lodi, Capitaneria di Porto – Guardia Costiera di Alassio, Croce Rossa Italiana di Lodi, Società Consortile Alassio Ambiente, Marina di Alassio, CNAM – Circolo Nautico al Mare di Alassio, Rotary Club Adda Lodigiano, Consorzio Volontario Vino Doc San Colombano, Caseificio Zucchelli di Orio Litta, Salumificio Bertoletti di Graffignana e Croce Service di Alassio.


Floating Piers - Christo: PASSEGGIARE SULLE ACQUE DEL LAGO D'ISEO

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Appassionato d’arte contemporanea voglio condividere sul mio blog la felicità di aver potuto ospitare finalmente nel nostro Paese un’opera d’arte dell’artista bulgaro-americano Christo. I giornali di tutto il mondo, dal Guardian al Shanghai Daily, ne hanno scritto; è stata definita l’opera d’arte più attesa, secondo alcuni la più importante dell’anno.

Sto parlando di The Floating Piers certo, la passeggiata sull’acqua sul lago d’Iseo. Un’esperienza unica che è stata offerta solo per due settimane tra i paesi di Sulzano e Montisola, l’incantevole isolotto al centro del lago. Un’opera ingegneristica grandiosa, con i suoi 3 km di lunghezza per 16 metri di larghezza, composta da 200 mila cubi di polietilene ricoperti da 70 mila metri quadri di tessuto arancione.

Aldilà di alcuni problemi di sovraffollamento e qualche polemica che ne è ovviamente scaturita, questa installazione meritava tutta l’attenzione che ha raccolto, da quando è sbarcata nel Nord Italia dopo essere stata respinta in Argentina, Germania e altre nazioni perché ritenuta troppo difficile da realizzare.

L’Italia invece ha dato fiducia al celebre artista, conosciuto in tutto il mondo per i suoi spettacolari interventi di land art, che modificano in maniera provvisoria il paesaggio. Opere d’arte con una data di scadenza, che hanno una loro vita, breve e proprio per questo più preziosa e affascinante. Il nome di Christo si associa immediatamente alle opere più conosciute, quelle realizzate con il tessuto, “imballando” monumenti (uno su tutti, il Reichstag impacchettato) o stendendo lunghi teli in luoghi naturali, come quello di oltre 200 mila metri quadri steso fra le montagne del Colorado.

The Floating Piers è stato un progetto incredibile perché si è trattato di un progetto fisico, esperienziale, che aveva a che fare con l’acqua, il sole, il vento… le cose.

Un progetto galleggiante meraviglioso sul quale il suo autore ha così sentenziato: “Solo una volta nella vita camminerete sulle acque per 16 giorni e non ci sarà mai più un altro Floating Piers nel mondo dopo il 3 luglio”.


SIMONE MORO IN VETTA AL NANGA PARBAT - IMPRESA STORICA E MERAVIGLIOSA

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Un sogno proibito che è diventato realtà, quello di scalare la “killer mountain” Nanga Parbat in prima invernale. Così ha fatto, il grande grandissimo Simone Moro, già respinto due volte dalla nona montagna più alta della Terra.

48 anni, esperto elicotterista, Moro è partito il 6 dicembre per Islamabad, Pakistan. Ha raggiunto la vetta, dopo due mesi e venti giorni, insieme allo spagnolo Alex Txicon e al pakistano Ali Sadpara (il quarto componente della spedizione, l’italiana Tamara Lunger, si è fermata pochi metri sotto la vetta): 8126 metri di altitudine scalati grazie anche a condizioni meteo eccezionali che hanno aiutato il gruppo nell’impresa mai riuscita prima.

Lo scalatore bergamasco diventa, grazie a questo ultimo traguardo, l’unico uomo sulla faccia della terra ad aver scalato per la prima volta quattro ottomila in inverno: Shisha Pangma nel 2005, Makalu nel 2009, Gasherbrum II nel 2011 e ora anche il Nanga.

Nanga Parbat significa “montagna nuda” in lingua Urdu, ma gli sherpa, gli abitanti della regione himalayana, la chiamano “la mangiauomini” o la “montagna del diavolo”, per la sua storia drammatica e la percentuale di mortalità, altissima. È la stessa montagna che si portò via anche il fratello di Reinhold Messner, Gunther, nella discussa spedizione tedesca del 1970.

Tanto pericolosa e crudele quanto affascinante e meravigliosa.

Con queste parole Hans Kammerlander, il primo uomo a scendere con gli sci dalla cima del Nanga Parbat, apre il racconto della sua salita nel libro Malato di montagna: “Il Nanga Parbat è una delle montagne più ambite dell’Himalaya, e il più occidentale degli ottomila. Il suo massiccio, di dimensioni enormi, domina l’imponente gola del fiume Indo; è una visione impressionante, e io rimasi alcuni minuti senza fiato quando mi trovai per la prima volta di fronte a quella forza della natura. Da qualunque lato si affronti il Nanga Parbat, ci si trova sempre di fronte a 4000 metri di dislivello da superare, più che nella salita dell’Everest, tanto per fare un esempio”.

E proprio l’Everest sarà la prossima sfida di Simone Moro che, in una delle prime interviste rilasciate a ritorno dal Pakistan, ha dichiarato «Mi piacerebbe forse fare ancora un’invernale su un 8000 e se la faccio, vorrei che fosse l’Everest. Devo, voglio salirlo senza ossigeno». Avanti così Simone!