CREATIVITA’ ITALIANA: UN PATRIMONIO A RISCHIO?

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– Conversazione con Santo Versace –

L’economia italiana in questi ultimi anni è cambiata profondamente. Molte aziende hanno chiuso, molte si sono trasferite all’estero, molte sono state acquisite da gruppi stranieri, poche le nuove attività avviate.

Anche i settori di punta nei quali il Made In Italy è sempre stato il fiore all’occhiello hanno subito importanti trasformazioni: è il caso della produzione di prodotti di lusso come nei settori delle automobili, della nautica o dell’abbigliamento.

Ma quanto siamo cambiati e quanto rischiamo ancora di cambiare?

Ho il piacere di parlarne, proprio al termine della fashion week a Milano con Santo Versace, proprietario del prestigioso marchio simbolo della creatività della moda italiana.

Lo incontro nel suo ufficio milanese. Un’azienda in piena controtendenza: 800 assunti negli ultimi 3 anni. Una crescita del 16% nel 2014. Fatturato raddoppiato negli ultimi 24 mesi. E l’obiettivo di arrivare a qualche miliardo nel 2017.

«L’Italia è un Paese che potenzialmente potrebbe avere la piena occupazione», mi dice subito. E il primo passo da compiere dovrebbe essere la “formazione dei giovani”. Non  soltanto quella tradizionale, fatta di ore e ore trascorse nelle aule e sui libri. Ci sono altri aspetti fondamentali che non sono tenuti nella giusta considerazione: «I nostri ragazzi devono imparare presto a dedicare parte del loro tempo a chi è in difficoltà. In questo modo danno e ricevono molto. E poi devono fin da giovanissimi fare sport, molto meglio se di squadra. Una scuola di vita». Ma è il terzo punto quello su cui Versace si sofferma più a lungo: «Bisogna insegnare a “usare le mani”. Il lavoro manuale è fondamentale. Nel nostro Paese esiste una sorta di disprezzo sociale per le attività manifatturiere. Un errore grave. Il problema del Made In Italy è proprio dato dal fatto che c’è sempre meno gente che sa usare le sue mani. Serve un rilancio della formazione professionale».

Ascoltando queste parole, mi sono immaginato un enorme imbuto. L’Italia è piena di risorse umane straordinarie. La creatività è il nostro marchio di fabbrica. «Il valore aggiunto», come direbbe lo stesso Versace. Non siamo però in grado di esprimere in pieno tutto il nostro potenziale. Un sistema che anziché favorire il flusso dei talenti, lo ostacola; a volte addirittura lo blocca.

Un Paese che non riparte. E che fa scappare i propri giovani insieme ai potenziali investitori a causa anche di una pressione fiscale eccessiva.

All’estero hanno paura a trasferire in Italia la propria attività imprenditoriale. Sono spaventati dai tempi e dalla complessità della giustizia e della burocrazia. Secondo Versace «tutto il mondo vorrebbe investire in Italia» ne sono convinto anch’io. Purtroppo però c’è il terrore di farlo.

La strada da percorrere è ancora lunga. Dobbiamo imparare ad aprirci al mondo e salvaguardare le nostre eccellenze.

Le produzioni però sono spesso trasferite in altri Paesi. E la mia preoccupazione è che ciò possa accadere anche per il comparto della creatività, della ricerca e dello sviluppo. Trasferire all’estero la creatività significherebbe perdere un pezzo importante della storia d’Italia.

Santo Versace mi risponde con molta fermezza: «il mio gruppo continua a mantenere nel nostro Paese queste attività, perché qui troviamo eccellenze ineguagliabili, ma dobbiamo cambiare e accelerare i percorsi di formazione: i nostri giovani devono far esperienza in azienda già negli ultimi anni della scuola, come avviene all’estero, altrimenti correremo grossi rischi».

Una risposta che ci da fiducia nel pensare agli anni difficili che stiamo ancora affrontando, e che ci riporta ad un sano realismo dove ognuno è chiamato a rimboccarsi le maniche.